21 Gennaio 2026

Integrare i metodi negli interventi sul neurosviluppo: una posizione clinica e neuroscientifica, non ideologica

Negli ultimi anni, lavorando in ambito clinico con bambini con sviluppo atipico, disturbi del neurosviluppo e profili neurodivergenti, mi sono trovata sempre più spesso di fronte a una domanda complessa e ricorrente:

è possibile integrare approcci diversi come il modello DIR/Floortime e strumenti di matrice comportamentale?

La risposta più onesta, supportata dalla letteratura scientifica e dall’esperienza clinica, è che dipende da come intendiamo l’integrazione.
Ed è proprio qui che nasce molta della confusione attuale.

Perché questo tema è così dibattuto

Il dibattito sull’integrazione dei metodi non nasce per caso.
Approcci come il DIR/Floortime e l’ABA si fondano su presupposti teorici profondamente diversi, spesso presentati come incompatibili.

Il modello DIR, sviluppato da Stanley Greenspan, è un modello neuroevolutivo e relazionale:
si concentra sui processi interni di sviluppo, in particolare su:

  • regolazione emotiva,
  • reciprocità affettiva,
  • intenzionalità,
  • capacità simbolica e di pensiero.

 

Gli approcci comportamentali, al contrario, si basano prevalentemente sull’osservazione e sulla modifica del comportamento attraverso contingenze ambientali, rinforzi e strutturazione.

Questa differenza ha portato, per molti anni, a una contrapposizione rigida, spesso ideologica. Tuttavia, la ricerca neuroscientifica contemporanea ci invita a superare le semplificazioni.

Il nodo centrale: sviluppo e comportamento non sono sullo stesso piano
Uno dei punti chiave, spesso trascurato, è che sviluppo e comportamento non appartengono allo stesso livello di analisi.

  • Il comportamento è ciò che osserviamo
  • Lo sviluppo è ciò che lo rende possibile

 

Dal punto di vista neuroevolutivo, i comportamenti non sono la causa primaria del cambiamento, ma l’espressione finale di processi più profondi, che includono:

  • la qualità della regolazione interna,
  • l’organizzazione delle emozioni,
  • la capacità di attribuire significato all’esperienza,
  • l’integrazione tra affetto, azione e pensiero.

 

Questo aspetto è ben descritto nella Affect Diathesis Hypothesis (Greenspan, 2001), secondo cui lo sviluppo delle funzioni cognitive e sociali superiori dipende dalla capacità di collegare l’affetto alla pianificazione motoria, alla sequenza dell’azione e alla costruzione simbolica.

Quando questo collegamento non è sufficientemente sviluppato, i comportamenti appresi possono risultare:

  • rigidi,
  • poco generalizzabili,
  • dipendenti dal contesto,
  • scarsamente autoregolati.

 

La mia posizione clinica
Alla luce di queste evidenze, la mia posizione è chiara e dichiarata:

non si integrano i modelli, si integrano i livelli di intervento

Integrare non significa mescolare tecniche o adottare un approccio eclettico.
Significa invece:

  • distinguere ciò che sostiene lo sviluppo da ciò che agisce sul comportamento,
  • subordinare gli strumenti alle funzioni di base,
  • prendere decisioni cliniche motivate, caso per caso.

 

Nel mio lavoro clinico parto sempre da una domanda fondamentale:
questo bambino è regolato abbastanza da poter trarre beneficio da una struttura esterna?

Se la risposta è no, qualsiasi strumento rischia di diventare compensatorio o addirittura controproducente.

E gli strumenti comportamentali?
Strumenti come la strutturazione, la prevedibilità, i prompt o anche una token economy non sono, di per sé, “il problema”.

La differenza sta nel ruolo che assumono all’interno dell’intervento.

Dal mio punto di vista clinico:

  • gli strumenti comportamentali possono avere una funzione di scaffolding,
  • possono essere temporanei,
  • non devono mai sostituire la relazione,
  • non devono diventare l’unico motore della motivazione.
  • quando il rinforzo esterno prende il posto della motivazione intrinseca, il rischio è quello di sostenere la compliance, ma non lo sviluppo.

Per questo motivo, una parte fondamentale del mio lavoro consiste anche nel capire quando non integrare, quando fermarsi, quando togliere struttura invece di aggiungerla.

Integrare significa assumersi una responsabilità clinica

Integrare approcci diversi non è una scorciatoia. È, al contrario, una scelta clinica che richiede:

  • una solida cornice teorica,
  • una lettura fine del profilo individuale,
  • una continua riflessione sul perché si utilizza uno strumento e non un altro.

 

Nel mio lavoro, l’obiettivo non è mai il comportamento in sé, ma la qualità dello sviluppo che quel comportamento esprime.

È da questa cornice che nasce il mio modo di lavorare e di formare: un’integrazione critica, gerarchica e rispettosa del funzionamento neuroevolutivo della persona, lontana sia dalle rigidità ideologiche sia dagli eclettismi privi di fondamento scientifico.

Rossana Giorgi

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