22 Maggio 2026

Il modello DIR funziona? Cosa dice la ricerca

È la domanda più legittima che un genitore possa fare: funziona davvero? Prima di investire tempo, energie ed emozioni in un percorso, è giusto sapere cosa dice la ricerca — senza promesse facili. Provo a risponderti con onestà: ci sono dati incoraggianti, ma anche limiti che è corretto conoscere.

Se vuoi prima capire di cosa stiamo parlando, leggi: DIR/Floortime: cos’è e come funziona.

Cosa dicono gli studi

Dal 2011 a oggi il DIR/Floortime è stato studiato con metodi via via più solidi, inclusi diversi studi controllati randomizzati (il tipo di studio più rigoroso). In sintesi, la ricerca disponibile riporta:

  • Miglioramenti nello sviluppo emotivo e funzionale del bambino e, in alcuni studi, una riduzione della gravità dei sintomi.
  • Progressi nella comunicazione, nell’interazione genitore-bambino e nelle autonomie quotidiane.
  • Un dato spesso trascurato: nei percorsi in cui i genitori sono coinvolti, lo stress genitoriale non aumenta, e in molti casi diminuisce.

Una revisione di studi sul parent training ha inoltre rilevato, per il DIR/Floortime, effetti da piccoli a moderati — risultati reali, quindi, anche se non “miracolosi”.

I limiti, detti con onestà

Qui sta la parte che molti siti omettono, ma che ti permette di scegliere con consapevolezza:

  • Diversi studi hanno campioni piccoli, il che rende i risultati incoraggianti ma non definitivi.
  • Alcune misure di esito sono interne al modello (sviluppate dal DIR stesso), più che test standardizzati indipendenti.
  • La qualità degli studi varia molto, e le revisioni concordano su un punto: serve ulteriore ricerca di qualità più elevata.

Sul punto delle misure interne al modello vale però una precisazione importante, spesso trascurata. Il DIR non punta anzitutto a modificare i comportamenti di superficie, ma il processo di sviluppo sottostante: la costruzione delle capacità evolutive funzionali — regolazione, attenzione condivisa, reciprocità, comunicazione, pensiero — cioè le fondamenta da cui poi nascono le singole abilità. È questo il suo obiettivo. I test standardizzati indipendenti, invece, misurano l’esito finale (per esempio i punteggi di gravità dei sintomi o i quozienti di sviluppo): sono poco sensibili al cambiamento del processo nelle fasi iniziali e tendono a registrarlo solo più avanti, a medio-lungo termine, quando quel lavoro sotterraneo è già diventato risultato visibile. Per questo molti studi ricorrono a misure più vicine al processo: non per “gonfiare” i dati, ma perché sono gli strumenti più sensibili a ciò che il DIR effettivamente costruisce. Resta vero che servono anche più studi con misure indipendenti — ma conoscere questa distinzione aiuta a leggere i risultati per quello che sono.

In altre parole: il DIR/Floortime è un approccio promettente e supportato da evidenze in crescita, ma non possiede ancora la mole di studi di lunga data degli approcci comportamentali. Diffida di chi lo presenta come “l’intervento con le prove più forti in assoluto”: è proprio il tipo di affermazione che la comunità scientifica considera sovrastimata.

Da cosa dipendono i risultati

Gli studi e la pratica clinica indicano alcuni fattori che fanno la differenza:

  • L’inizio precoce: più si interviene presto, meglio è.
  • Il coinvolgimento dei genitori: nel DIR la famiglia è parte del motore, non un dettaglio.
  • La costanza e la “dose”: i percorsi con più ore di interazione di qualità tendono a dare di più.
  • L’individualizzazione: l’intervento va calibrato sul profilo specifico del bambino — incluso il suo profilo di elaborazione sensoriale a cui dedichiamo particolare attenzione perché è spesso la chiave della regolazione e quindi dell’ingaggio.

Cosa aspettarsi (realisticamente)

Il DIR/Floortime non è una cura e non promette di “togliere l’autismo”: nessun approccio serio lo fa. Ma proprio perché lavora sulle fondamenta dello sviluppo — e non su singoli comportamenti addestrati — i progressi che favorisce tendono a essere profondi e trasferibili: un bambino più capace di regolarsi, di entrare in relazione, di comunicare e di pensare, competenze che poi si riversano su molti ambiti della sua vita, dentro e fuori la terapia. I tempi e l’entità variano da bambino a bambino, e parte del cambiamento più importante — quello del processo sottostante — matura nel medio-lungo termine, anche quando all’inizio non è ancora pienamente “misurabile” dall’esterno. Con un percorso precoce, individualizzato e con i genitori coinvolti, molti bambini compiono passi di sviluppo significativi: non una promessa identica per tutti, ma un lavoro mirato sulle radici da cui la crescita prende davvero slancio.

Riferimenti essenziali

  • Pajareya K., Nopmaneejumruslers K. (2011). A pilot randomized controlled trial of DIR/Floortime™ parent training intervention for pre-school children with autistic spectrum disorders. Autism, 15(5), 563–577.
  • Solomon R. et al. (2014). PLAY Project Home Consultation intervention program for young children with autism spectrum disorders: A randomized controlled trial. J Dev Behav Pediatr, 35(8), 475–485.
  • Casenhiser D.M. et al. (2013). Learning through interaction in children with autism: preliminary data from a social-communication-based intervention. Autism, 17(2).
  • Pajareya K., Sutchritpongsa S., Kongkasuwan R. (2019). DIR/Floortime® Parent Training Intervention for Children with Developmental Disabilities: a Randomized Controlled Trial. Siriraj Medical Journal, 71(5).
  • Revisioni sistematiche sull’efficacia del DIR/Floortime nei disturbi dello spettro autistico (sintesi 2019–2023), che concordano sulla necessità di ulteriori studi di qualità più elevata.

 

Su un punto la ricerca e l’esperienza clinica convergono: non è solo l’approccio scelto a fare la differenza, ma il modo in cui viene messo in pratica. A parità di metodo contano almeno altrettanto l’expertise del professionista — la sua capacità di leggere il bambino e di adattare la proposta momento per momento — la qualità della relazione che riesce a costruire, il coinvolgimento della famiglia, la precocità dell’intervento e la sua continuità nel tempo. È anche per questo che lo stesso modello, in mani diverse, può dare risultati molto diversi.

Il filo che tiene insieme tutti questi fattori è uno solo: il trattamento va cucito sul bambino. Non un protocollo uguale per tutti, ma un percorso costruito a partire dal suo profilo — sensoriale, comunicativo, emotivo — e ricalibrato man mano che cresce. È questo, più di qualunque etichetta, a creare le condizioni perché lo sviluppo prenda davvero slancio.

Se stai valutando un percorso evolutivo e centrato sulla relazione come il DIR/Floortime, possiamo conoscerci: con un primo colloquio informativo o con un percorso intensivo di terapia

 

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