Le domande che i genitori mi fanno più spesso (e le mie risposte)
«Perché mio figlio si comporta così?»
È la domanda con cui quasi tutti i genitori arrivano qui. A volte è preoccupazione, a volte è solo il bisogno di capire. In entrambi i casi è un’ottima domanda — e merita una risposta chiara, senza tecnicismi inutili e senza allarmismi.
Ho raccolto qui le domande che mi vengono poste più spesso, in studio e per email. Se ti riconosci in qualcuna, sei nel posto giusto.
«È solo una fase o c’è qualcosa di cui occuparsi?»
È la domanda più difficile e più onesta, e non esiste una risposta valida per tutti. I bambini hanno tempi diversi, e molte cose si sistemano da sole.
Vale però la pena fermarsi a osservare quando uno schema si ripete e limita la vita di tutti i giorni: il bambino fatica a stare con gli altri bambini, evita certe consistenze, suoni o movimenti, si arrabbia in modo difficile da consolare, parla poco o tardi, sembra «sempre in movimento» oppure al contrario molto spento, evita il contatto o lo cerca in modo intenso.
Un singolo comportamento, preso da solo, dice poco. È l’insieme — e la sua persistenza — a meritare uno sguardo professionale. Chiedere non significa «etichettare» tuo figlio: significa capire meglio come funziona, per aiutarlo nel modo giusto.
«Di cosa ti occupi esattamente?»
Sono una Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE). Lavoro con i bambini che incontrano difficoltà nello sviluppo: nel movimento e nella coordinazione, nell’attenzione, nella comunicazione e nel linguaggio, nella relazione con gli altri, nella gestione delle emozioni o nel modo in cui elaborano ciò che arriva dai sensi.
Il mio lavoro non è «correggere» un comportamento, ma capire perché compare. Dietro a un bambino che morde, scappa, urla o si chiude, c’è quasi sempre una difficoltà che lui non sa ancora dire a parole. Il mio compito è leggerla e costruire, insieme a lui e a te, un modo per affrontarla.

«Che cos’è il DIR/Floortime, e perché si gioca “per terra”?»
Floortime significa, letteralmente, «tempo per terra». È uno degli approcci che uso, e all’occhio di chi guarda sembra semplicemente gioco. Lo è — ma è gioco con un’intenzione precisa.
L’idea di fondo è seguire il bambino invece di dirigerlo: si parte da ciò che lo interessa e lo coinvolge, e da lì si apre, un passo alla volta, lo scambio con l’altro. Ogni «giro» di interazione — uno sguardo, un gesto restituito, un sorriso ricambiato — costruisce le fondamenta della comunicazione e del pensiero.
Non è un approccio improvvisato: nasce dal modello DIR (Developmental, Individual-difference, Relationship-based), che mette al centro lo sviluppo del singolo bambino e la sua relazione con chi si prende cura di lui. Diversi studi controllati hanno mostrato che, quando i genitori vengono coinvolti attivamente, migliorano sia lo sviluppo emotivo-funzionale del bambino sia la qualità dell’interazione tra genitore e figlio.
«Mio figlio “fa i capricci” o c’è qualcos’altro?»
Spesso quello che da fuori sembra un capriccio è, in realtà, un sistema nervoso in difficoltà.
Tutti riceviamo di continuo informazioni dai sensi — suoni, luci, contatto, movimento, gusto. Alcuni bambini elaborano queste informazioni in modo diverso: per loro l’etichetta della maglietta è insopportabile, il rumore del phon è un allarme, l’altalena è terrore puro oppure, al contrario, non riescono mai a «fermarsi» perché cercano costantemente movimento e contatto.
Quando ciò accade, la reazione che vediamo — il pianto, la fuga, l’aggressività, l’evitamento — non è cattiva volontà: è una risposta a qualcosa che il bambino vive come troppo, o troppo poco. Riconoscere questo cambia tutto, perché sposta la domanda da «come lo faccio smettere?» a «di cosa ha bisogno?».
«Funziona davvero? Cosa dice la ricerca?»
Te lo dico con la stessa onestà che vorrei come genitore.
Per l’integrazione sensoriale secondo Ayres, una revisione sistematica di studi controllati randomizzati pubblicata nel 2025 sull’American Journal of Occupational Therapy ha trovato prove solide che aiuta i bambini autistici a raggiungere obiettivi funzionali individualizzati — cioè i traguardi concreti decisi insieme alla famiglia. Le stesse revisioni precisano un limite importante: non va presentata come uno strumento per «spegnere» comportamenti come l’irritabilità. È efficace su ciò per cui è pensata, non su tutto.
Per il DIR/Floortime, diversi studi controllati hanno mostrato miglioramenti significativi nello sviluppo emotivo-funzionale e nella relazione genitore-bambino. Sono in prevalenza studi su campioni contenuti: la ricerca è promettente e in crescita, e va presentata per quello che è, senza promesse di «guarigione».
Quello che la letteratura mostra con costanza è un punto su cui costruisco tutto il mio lavoro: gli interventi che funzionano meglio sono quelli individualizzati e che coinvolgono i genitori. Non un protocollo uguale per tutti, ma un percorso costruito su quel bambino e su quella famiglia.
«Devo aspettare una diagnosi prima di rivolgermi a te?»
No. E spesso non conviene farlo.
Il cervello dei bambini è più «plastico» nei primi anni di vita: si modifica e impara con una facilità che diminuisce crescendo. La ricerca è concorde su questo — la risposta all’intervento è migliore quando si comincia presto. Aspettare per «vedere se passa» può significare perdere proprio la finestra in cui l’aiuto ha più effetto.
Cominciare presto non vuol dire etichettare un bambino piccolo. Vuol dire osservarlo, capirlo e accompagnarlo finché il margine di cambiamento è più ampio.
«Che ruolo ho io, come genitore?»
Centrale. Non sei uno spettatore in sala d’attesa.
La ricerca lo dice chiaramente: il coinvolgimento dei genitori non è un «di più», è un ingrediente necessario perché l’intervento funzioni. Le poche ore che un bambino passa in studio non possono competere con le tante ore che passa a casa con te. Per questo parte importante del mio lavoro è renderti capace di leggere e sostenere tuo figlio nella vita di tutti i giorni: a tavola, nel gioco, nei momenti difficili.
L’obiettivo, a lungo termine, non è che il bambino dipenda dalla terapia. È che la famiglia abbia gli strumenti per andare avanti.
«Perché ti sei formata negli Stati Uniti e non solo in Italia?»
Perché sono andata alla fonte.
Il DIR/Floortime e l’Integrazione Sensoriale secondo Ayres sono nati e si sono sviluppati negli Stati Uniti, dove esistono i centri che li hanno fondati e che ancora oggi guidano la ricerca. Formarmi lì — e mantenere un rapporto continuo con i colleghi americani che lavorano a questi modelli — è stata una scelta precisa: imparare gli approcci da chi li ha creati e li aggiorna, non da una versione di seconda mano.
È lo stesso motivo per cui ho voluto certificazioni internazionali riconosciute. Non è una questione di prestigio: è il modo per offrirti un lavoro fedele ai modelli originali e aggiornato a ciò che la ricerca dice oggi.
«Come funziona il primo incontro?»
Il primo passo è una valutazione. Serve a me per capire come funziona tuo figlio, e serve a te per avere finalmente un quadro chiaro.
Non è un esame e non è un giudizio. Osservo il bambino mentre gioca e si muove, ascolto la tua storia — perché nessuno conosce tuo figlio meglio di te — e metto insieme i pezzi. Al termine non ti lascio con un’etichetta, ma con una lettura comprensibile di ciò che ho osservato e con una proposta concreta su come procedere.
Da lì decidiamo insieme. Senza fretta e senza percorsi imposti.
«Quanto dura un percorso?»
Dipende dal bambino, ed è giusto diffidare di chi promette tempi uguali per tutti. Alcune difficoltà si affrontano in pochi mesi, altre chiedono un accompagnamento più lungo. Quello che posso garantirti è che gli obiettivi li definiamo insieme, sono concreti e verificabili, e ne parliamo apertamente lungo tutto il cammino.
Il primo passo è capire
Se leggendo queste righe hai ritrovato qualcosa di tuo figlio, la cosa più utile che puoi fare non è cercare altre risposte online: è trasformare i dubbi in un quadro chiaro.
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