4 giugno 2019

Quando un bambino piange, ignora gli “esperti” NON le lacrime

PREMESSA DI ROSSANA GIORGI

Traduco volentieri, sempre su autorizzazione dell’autore, questo breve articolo (clicca qui per l’originale), viste le ultime e frequenti domande (oltre che affermazioni) ai miei corsi di certificazione sul modello DIR.

Premettendo che “ignorare” non è l’unica strategia delle terapie comportamentali (anticipo già i commenti 🙂 ), questa breve introduzione all’argomento “pianto” vuole dare solo un’altra prospettiva, a quanto pare la meno comune (meno conosciuta? O forse più “difficile”?), ma essenziale per i bambini a sviluppo tipico e non.

Consiglio di approfondire l’argomento su testi in cui si spiega la Teoria Polivagale e argomenti neuroscientifici interessanti che supportano la spiegazione della collega. In base alle più recenti ricerche in campo neuroscientifico, i terapisti evolutivi vedono i comportamenti come adattamenti alla percezione della “sicurezza o della minaccia” (safety or threat) nelle relazioni o nell’ambiente, e non semplicemente come “accesso” (un modo per ottenere il comportamento desiderato) o “fuga” (es. allontanare il comportamento non desiderato). Un’altra differenza, punto di vista diverso rispetto all’approccio comportamentale, è che in ottica neuro-evolutiva lo stato emotivo del bambino è il driver (guida, motivazione interna), e lo stato fisiologico (sistema emozionale, nel nostro caso il pianto) è la variabile che interviene e non il comportamento stesso. In altre parole, quando un bambino piange non lo vediamo come un comportamento intenzionale né condizionabile, ma piuttosto una risposta allo stress istintuale al di fuori della consapevolezza. Ed è e rimane comunque, qualsiasi sia la causa, il segnale di un Sistema Nervoso Simpatico sotto stress. Il nostro trattamento/risposta, sotto questa ottica neuroscientifica, è quindi diversa .

Buona lettura e grazie alla collega Dr. Mona Delahooke, PHD, per l’articolo e il consenso alla traduzione.

Ogni genitore sa quanto può essere difficile guardare il proprio bambino scoppiare in lacrime. Il tuo istinto è di fare tutto il possibile per portare conforto e calmare il bambino. Ma nel mio lavoro di psicologa infantile, a volte osservo che i terapisti comportamentali suggeriscono una reazione diversa per i bambini con cui lavorano, compresi quelli con differenze di sviluppo e problemi comportamentali. “Non prestare attenzione al pianto”, dicono. “Questo può dargli solo potere.” I terapisti comportamentali spesso considerano i comportamenti come qualcosa che un bambino usa per ottenere ciò che lui o lei vuole.

La loro ipotesi di fondo è che il bambino abbia imparato a usare il pianto al fine di ottenere qualcosa (inclusa l’attenzione) o per evitare di fare qualcosa. Invece di arrendersi, dicono, ignoralo.

Non potrei più essere in disaccordo.

Il mio consiglio: Prestate attenzione al pianto; è probabilmente un indicatore di un bambino in difficoltà (“distress”).

Grida, urla o tantrum, come piangere, è una risposta di “lotta o fuga”. È la reazione involontaria di un bambino allo stress.

Come genitori e come persone che lavorano con bambini, dobbiamo prestare attenzione al pianto e cambiare il modo in cui pensiamo a riguardo. Alcuni punti essenziali da considerare:

  • Il pianto è il segnale di un sistema nervoso autonomo in difficoltà, sotto stress. I modelli del comportamento umano rientrano in tre categorie principali: indicano sicurezza, lotta o fuga, o disconnessione. Piangere è un segno che il sistema nervoso simpatico, che ci permette di percepire la minaccia, è stato attivato.
     
  • È un mito  il fatto che molti bambini usano il pianto per manipolare o ottenere ciò che vogliono. La nostra visione eccessivamente semplificata secondo cui i comportamenti sono “buoni” o “cattivi” porta a un altro comune fraintendimento:  anche il modo di “risolvere” i comportamenti problematici è positivo o negativo – Es. ricompense o conseguenze. Seguendo questa logica, ignorare il pianto darà una conseguenza negativa. Ma la verità è che ignorare un bambino che piange come conseguenza semplicemente non funziona.

 

  • Invece di vedere il pianto di un bambino come buono o cattivo, è meglio vederlo come  informazione utile per gli adulti riguardo ciò di cui il bambino ha bisogno. Un bambino che sta piangendo ha bisogno di supporto relazionale e connessione. La nostra reazione dovrebbe essere quella di calmare il bambino, nel processo che supporta la connessione cervello-corpo del bambino.

  • Quando smettiamo di percepire il pianto come un “male”, possiamo andare oltre le semplici ricompense e conseguenze. Per esempio, i terapisti del comportamento possono chiedere ai genitori di trattenere l’animale di peluche di un bambino o un’attività piacevole – fino a quando il bambino smette di piangere. Ma così facendo rinforza il messaggio che il pianto è una forma di comportamento scorretto e che i bambini hanno semplicemente bisogno di fermarlo. Invece, dovremmo spostare il nostro obiettivo e rendere la connessione umana stessa una ricompensa.

  • Una delle ragioni per cui fraintendiamo il pianto è un gap nelle aspettative. Crediamo erroneamente che ad una certa età o fase, i bambini dovrebbero essere in grado di controllare i loro comportamenti ed emozioni. In verità, il momento per acquisire questa capacità si sviluppa lentamente, lungo un ampio arco temporale (tra i 3 e i 26 anni nella maggior parte delle persone). Comprendendo questo, dovremmo adeguare le nostre aspettative per essere più realistici

 

La cosa più importante nel rispondere al pianto di un bambino è essere empatici. Invece di vederlo come un atto di ricerca di attenzione, dovremmo pensare al pianto come appello subconscio per il coinvolgimento e la connessione con l’altro. Quando prestiamo attenzione ai nostri piccoli preziosi bambini, costruiamo la comprensione innata che il mondo vedrà e soddisferà i loro bisogni. A loro volta, diventeranno adulti sani, resilienti e flessibili, persone che vedono e affrontano i bisogni emotivi e relazionali di coloro che li circondano.

Per approfondire questa tematica e modificare il pensiero e il punto di vista di genitori, educatori e caregivers, potete consultare il mio libro: “Beyond Behaviors: Using Brain Science and Compassion to Understand and Solve Children’s Behavioral Challenges“.

Dott.ssa Mona Delahooke, PhD

Traduzione di Rossana Giorgi

 

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